NON PERDIAMOCI DI VISTA
Giornalista, non protagonista
L’ex reporter di Zai.net (classe 1985), Massimiliano Coccia, giornalista radiofonico presso Radio Radicale ci parla dell’amore per la sua professione cominciata giovanissimo
Mariasole Caiafa e Michail Martini | 15 December 2016

Secondo te quali sono le caratteristiche che deve avere un giornalista o un conduttore radiofonico? Prevalentemente deve essere umile, perché il giornalista non è nient’altro che l’ultima rotellina dell’ingranaggio. È importante, perché spesso si assiste a professionisti che fanno arrivare prima il proprio ego e poi la notizia. I più grandi che ci hanno insegnato molto, penso ad Enzo Biagi, Indro Montanelli e anche a colleghi scomparsi in circostanze drammatiche come Maria Grazia Cutuli o il collega di Radio Radicale Antonio Russo, che mettevano davanti la notizia, la persona, il personaggio, quello che volevano raccontare, per poi parlare di sé. Avere la consapevolezza che si fa un lavoro in cui si incontra gente molto bella, non va dimenticato. Poi un grande senso di sacrificio: occorre studiare, aggiornarsi, vedere e stare nelle cose e nella realtà, abitare il presente, vivere, sporcarsi le mani. Chi si appresta a questo lavoro deve avere anche una buona dose di irrazionalità e coraggio di andare a vedere con i propri occhi quello che accade. Chi si occupa di cultura come me deve avere anche la capacità di ascoltare, leggere i libri, vedere gli spettacoli, ascoltare i dischi.
Hai vinto il premio “Microfono d’Oro” con quale programma? Come hai reagito quando hai saputo della vittoria? Ho vinto il “Microfono d’Oro” per la mia trasmissione su Radio Radicale che si chiama “Spazio culturale”, una rubrica che si occupa di libri, musica, cultura ed è in qualche modo una delle prime rubriche culturali su Radio Radicale, che si occupa principalmente di politica. È stata un po’ un’innovazione all’interno della radiofonia complessiva, visto che non sono temi trattati spesso. Quando mi hanno detto che avevo vinto, sono stato molto contento e un po’ sorpreso perché spesso a livello comunicativo le cose che hanno più copertura mediatica sono quelle che passano per la televisione, mentre anche la radio e i giornali hanno tante piccole cose interessanti che non vengono scoperte. Poi chiaramente c’è stato un dato di commozione personale perché il premio è avvenuto in corrispondenza con i giorni della scomparsa di Marco Pannella, fondatore di Radio Radicale ma anche nostro editore, per cui Insieme alla gioia c’era tanta malinconia per questa scomparsa.
È stato difficile per te affermarti? Ci parli della tua gavetta e del perché hai scelto questo lavoro? Questo è un lavoro in cui di fatto non ci si ferma mai perché comunque il mondo è precario, i contratti sono ballerini, quindi affermarsi in un momento storico come questo è duro, difficile. Affermarsi in questo lavoro significa tante cose: farlo in libertà, consapevolezza e bellezza rispetto alle cose che si fanno, farlo bene ogni giorno, con onestà nei confronti degli ascoltatori. Per i ragazzi direi di lasciar perdere il contorno di questa professione, l’importanza sociale, se volete fare i giornalisti sappiate che è necessario avere la passione per farlo perché è un lavoro che ti coinvolge 24 ore su 24, che non finisce mai.

 

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