Dopo il successo all'estero Kiol arriva in Italia
Quattro chiacchiere con il giovanissimo cantautore torinese
Chiara Colasanti | 16 maggio 2018

Chi è Kiol?
La mia “carriera” è iniziata quando avevo cinque anni quando ho scoperto la batteria: avevo un amico più grande che suonava la batteria, ne aveva comprata una nuova e i miei genitori hanno deciso di prendere quella vecchia, “così Ale la smette di suonare sulle videocassette della Disney con le penne”. Ho iniziato da autodidatta con la batteria, poi alle medie ho iniziato a creare i primi gruppi punk/new metal, perché all’inizio ero bello “hard” e ho sempre partecipato alla scrittura delle canzoni, quando c’erano degli inediti nel gruppo. Mi piaceva questa cosa di scrivere canzoni: ho scoperto il rap, poi con la chitarra ho iniziato giusto a fare due note da solo per darmi una vaga idea delle melodie che potevo scrivere. Giocando con la chitarra a casa, smanettando su Garage Band, ho iniziato a fare beat: in terza liceo ero super coinvolto da Baudelaire, Prevert, “I Fiori del Male”… scrivevo tantissimo e queste poesie sono diventati testi in inglese e i beat sono diventati canzoni.  Quando ho lasciato il mio ultimo gruppo, in terza liceo, ho iniziato ad ascoltare Mumford and Sons, Paolo Nutini, Ben Howard e tutto quel mondo del folk/soul bianco, mi sono innamorato e ho deciso di volerlo fare anche io.

Com’è nata “Broken Up Again” e, in generale, come vedono la luce le tue canzoni?
Ho una routine creativa: tutti i giorni creo qualcosa, che sia una strumentale, una base rap, delle chitarrone funky, un testo, una melodia vocale… tutti i giorni faccio qualcosa e poi, successivamente, metto insieme i pezzi, anche un anno dopo.
“Broken Up Again” è nata grazie a un mio amico che era fidanzato con questa ragazza che era andata a fare un anno all’estero, tornava dopo sei mesi per festeggiare il compleanno e poi ripartiva. Io avevo già fatto uscire delle canzoni su Soundcloud (non ti dico il mio nome utente altrimenti le vai a sentire e non è il caso!), così lui mi chiese di andare a fare la serenata sotto casa della morosa… potevo dire di no? L’ho fatto e subito dopo, tornato a casa il pomeriggio, avevo tra le mani “Broken Up Again”. Poi ho incontrato il mio manager che mi ha portato a registrare l’ep e non mi è sembrato vero: scrivevo canzoni per farle sentire agli amici e il giudizio positivo dei miei amici era la mia aspettativa più grande. Quando sono andato a registrarle continuavo a ripetermi “sembrano canzoni vere”, ancora incredulo per quello che mi stava succedendo, grazie anche al signor lavoro che ha fatto il mio manager. Non ho a che fare con persone che hanno fini diversi dai miei: il mio manager non fa il manager di professione, non lavora per nessuna etichetta, è un ragazzo giovane che, con la sua società a Bruxelles, fa concerti. Aveva sempre voluto fare il manager, aveva i ganci per farmi suonare… e abbiamo deciso di “unirci”. Sono stato molto fortunato a incontrarlo: all’inizio sapevo che la musica era la mia vita, ma scrivevo più per me e per le persone a cui volevo bene, che per il successo… ora la sto prendendo più seriamente visto che sta diventando un lavoro!

Com’è stata l’esperienza di aprire il tour di Natalie Imbruglia? 
Una cosa assurda! Un giorno Stefano (chiamarlo “il mio manager” diventa scomodo) mi chiama e mi dice di andare da lui per discutere un paio di cose, poi chiacchierando mi fa “Ah, settimana prossima parti che hai il tour con Natalie Imbruglia!”, io ero bianco e gli ho chiesto solo come fosse possibile. Mi ha spiegato quindi che ero stato scelto direttamente da lei: abbiamo la stessa agenzia (che è il motore di tutte le mie date all’estero), che le ha inviato 5/6 artisti tra cui scegliere per l’apertura del tour inglese, Natalie ha scelto me e… fichissimo!
Lei, ovviamente, molto pop star: la beccavo quei dieci minuti al giorno prima che lei corresse al meet and greet, le dicevo quanto fosse stato bello il concerto della sera prima e poi vagavo da solo per posti splendidi. Ero da solo, senza band, senza manager: il mio zaino e la mia chitarra, 8 date, 16 giorni… una meraviglia! 

Come ti senti all’idea che il tuo singolo passi in radio nella tua madre patria dopo il tuo percorso all’estero?
Per me è un gigasuccesso perché scherzando i miei amici, quando dicevo loro “ho registrato una canzone!”, mi prendevano in giro chiedendomi quando sarebbe passata in radio. Due anni dopo, fortunatamente, c’è questa super possibilità e l’idea di potermi sentire in radio, sulla radio che ascoltavo quando ero bambino, è davvero divertente ed emozionante.

Qual è il consiglio che ti sentiresti di dare ai ragazzi che stanno muovendo i primi passi nel mondo della musica adesso?
Il consiglio è di far roba vera: finché una cosa rappresenta una tua verità, qualcosa di veramente tuo, se ti va male rimane che hai fatto una cosa bellissima che ti rappresenta; se ti va bene avrai il triplo di cose da dire. Non stai facendo musica tanto per fare, lo stai facendo per necessità: se coltivi quella cosa lì non usciranno pezzi insignificanti, usciranno solo piccole verità, che la gente potrà capire, come no. Ovviamente dopo sta a te che i tuoi messaggi arrivino a quante più persone possibili, ma è fondamentale scrivere cose vere, reali, sentite. Se adesso ascoltano tutti la Dark Polo Gang, quando io avrò 30 anni, il sedicenne di allora cosa ascolterà? A me fa paura questa cosa… ho il timore che diventi sempre più scontato che la musica non debba comunicare niente, per questo consiglio ai ragazzi che vogliono intraprendere questo cammino di essere veri, il più fedeli a se stessi possibile.  

 

 

 

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