Bentornato Quentin
"Once Upon a Time in Hollywood" è bello da morire non solo per gli occhi dello spettatore base, ma pure per i fan del classico e più recente Tarantino
Riccardo Cotumaccio | 14 October 2019

Eravamo tutti rimasti col fiato sospeso dopo la release di The Hateful Eight, chiedendoci un po’ perplessi: ma Quentin Tarantino è veramente diventato solo puro esercizio stilistico all’interno dello stesso, dannato quadro narrativo? Da qualche giorno a questa parte molti di quei dubbi sono stati inesorabilmente e piacevolmente spazzati via: Once Upon a Time in Hollywood è bello da morire non solo per gli occhi dello spettatore base, ma pure per i fan del classico e più recente Tarantino. 

C’è la suspence di Bastardi senza gloria nella scena del ranch ormai occupato da una serie di - ambigue e scosciate - ragazzine hippie; il finale alla Le Iene, prevedibilmente e gustosamente splatter; la carica attoriale di due mostri sacri (nonché feticci) del regista statunitense come Leo DiCaprio e Brad Pitt, entrambi superbi nell’interpretare il divo in caduta libera (Rick Dalton) e colui che il divo avrebbe saputo farlo eccome (Cliff Booth), non fosse per quel piccolo problemino legato alla morte della moglie che alcuni produttori non hanno propriamente digerito. E poi c’è l’ironia mista al combattimento tipica di Kill Bill nella scena di Cliff contro Bruce Lee e infine la già nota - e divertente - capacità di mandare letteralmente alle ortiche il corso della storia reale a favore di una lettura propria (vedi la strage dei nazisti nel cinema di Shoshanna Dreyfus, in Bastardi senza gloria), spesso provocatoriamente azzeccata. È la Hollywood romanzata del 1969, quella degli occhi sognanti di Sharon Tate (interpretata da Margot Robbie) e delle insegne luminose nelle strade americane.

Un’epoca all’apparenza dorata ma composta da protagonisti spesso insicuri e ossessionati dal fallimento, a dispetto dell’immagine eroica fornita sotto i riflettori. 

Il nono film del criticatissimo Tarantino - Merenghetti l’ha addirittura definito “il capriccio di un bambino viziato” (dura forse troppo e a volte si guarda un po’ troppo allo specchio) - è sì una summa della sua filmografia, ma è l’ennesimo dono al mondo del cinema. Del resto, a “Tarantin donato non si guarda mica in bocca”.

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