La magia del Camp Nou
La magia del Camp Nou
L'angolo della Champions - I marziani Atto II
Roberto Bertoni | 5 April 2018

Se martedì sera i marziani vestivano di bianco, anzi d'azzurro, essendo in trasferta, ecco che ieri sera vestivano di blaugrana. Tuttavia, cambiando l'ordine dei fattori, il risultato non cambia: Spagna padrona e Italia al tappeto. E così, se martedì sera l'umiliazione era toccata alla Juventus, ieri sera una discreta Roma non ha potuto far altro che inchinarsi, al Camp Nou, al cospetto di Messi e compagni, tradita da due autoreti di De Rossi e Manolas e mandata successivamente al tappeto dai gol di Piqué e del solito Suárez. Peccato perché i giallorossi non hanno affatto demeritato, come testimonia il meritato gol della bandiera firmato nel finale da Džeko e il rigore palese negato allo stesso Džeko a inizio partita, prima che il Barça diventasse inarrestabile. Il punto, però, è proprio questo: a Barcellona e Real bastano cinque minuti, qualche guizzo dei propri marziani e una buona tenuta tattica e atletica e portano a casa qualunque gara; alle nostre compagini, per vincere contro di loro, serve l'impresa epica, come ad esempio quella compiuta la scorsa stagione proprio dalla Juventus contro il Barcellona di un Luis Enrique ormai alle battute conclusive. 

Il 4 a 1 finale è un risultato bugiardo e immeritato ma, tutto sommato, giusto, al pari del 3 a 0 incassato dalla Juve e del 3 a 0 rimediato a settembre dagli Azzurri di Ventura contro la Spagna. Mettiamocelo bene in testa: al momento, la Spagna è di un altro pianeta per chiunque e fra noi e loro ci sono per lo meno tre gol di differenza, frutto non solo delle prodezze di Messi e CR7 ma anche della classe immensa dei vari Isco, Iniesta, Piqué, Jordi Alba, Asensio e altri miti di cui dispongono le Furie rosse e che noi possiamo solo sognarci. 

Non sarà facile, dunque, risalire la china dopo dieci anni di desertificazione delle idee e dei vivai, di umiliazioni continue del talento, di gioco brutto, muscolare e violento, di stadi semi-deserti, di campionati insulsi e con un livello complessivo scadente e di un dominio pressoché assoluto prima dell'Inter e poi della Juventus, attualmente padrona indiscussa della Serie A e priva di avversarie che possano anche solo impensierirla. 

Intendiamoci: anche in Spagna lo scudetto è una questione privata fra Real e Barcellona, con l'Atletico e il Siviglia nel ruolo di parenti povere e solo raramente in grado di fare irruzione al pranzo di nozze dei signori; fatto sta che da quelle parti anche una sfida non di cartello ha il suo fascino, da noi il più delle volte è pura noia. In Spagna si gioca novanta minuti, da noi al massimo cinquanta. In Spagna prevalgono i palleggiatori, da noi gli spezzagambe. In Spagna, se vinci giocando male, il Bernabéu e il Camp Nou rumoreggiano, da noi gli spalti rumoreggiano se non vinci pur avendo giocato bene. 

Il problema, pertanto, è morale, culturale, di concezione della società e dello stare insieme: non basta la ricchezza smisurata dei dominatori iberici per spiegare il divario che ci affligge e ci fa sentire, ogni volta, quasi ridicoli al loro cospetto. O cambiamo mentalità e ci riscopriamo Nazione, o impariamo nuovamente a fare sistema e comprendiamo l'importanza politica e sociale dello sport o non avremo il diritto di lamentarci a causa di rovesci che ci mostrano chiaramente la nostra arretratezza.

Sempre per la serie i soldi senza storia e passione non bastano, abbiamo poi assistito alla devastante affermazione del Liverpool di Klopp contro il City di Guardiola, trafitto tre volte dai Reds grazie alle reti di Salah, Oxlade-Chamberlain e Mané. E tanti saluti ai cultori della teoria secondo cui basta aprire il portafoglio in estate per allestire una squadra capace di vincere la Champions.

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