Frida Kahlo, la forza della solitudine
L'artista messicana ci insegna come dal proprio isolamento possano nascere frutti meravigliosi
Eva Barca | 22 April 2020

Nel Messico degli anni Trenta, alla vista di una donna con occhi grandi e marroni, sopracciglia folte, rossetto rosso e vestita di colori sgargianti, che arrivava ad una mostra d’arte sotto il braccio di un omone, chiunque avrebbe riconosciuto la giovane e bella Frida Kahlo, artista di spicco, e nessuno avrebbe mai immaginato le protesi nella sua spina dorsale, tantomeno i trentadue interventi subiti.

Una vita dedicata all’arte per soffocare il dolore di un corpo a pezzi, con il profondo bisogno di mostrare fierezza e gioia. È stata questa la breve e tormentata esistenza di Frida, la continua distruzione di speranze seguita dall’incessante costruzione di nuove.

A soli diciotto anni rimase vittima di un tragico incidente stradale: un palo in un bus le trapassò il corpo, rompendole spina dorsale, costole, bacino, femore, piede e lussandole una spalla. Il suo corpo venne riassemblato ma fu costretta ad un lungo riposo a letto con il busto ingessato, immobile in una stanza semivuota. La sua fu una sorda solitudine, seppur con visite sporadiche, caratterizzata prevalentemente da un continuo assordante silenzio. Fu solo allora che Frida iniziò a dipingere e, quando suo padre le montò un letto a baldacchino con uno specchio ancorato sotto, oltre alla punta del suo piede poteva vedere anche sé stessa. Iniziò così a conoscersi, a porsi domande mentre si raffigurava con sfondi vivaci e lineamenti marcati.

Dipingere le donò una nuova forza, una ragione per tornare a vivere, e da invalida, si trasformò in artista dalla fama mondiale. Inconsapevolmente, con la sua arte, Frida aveva iniziato una rivoluzione; per la prima volta un corpo femminile veniva mostrato nudo, senza filtri e senza le distorsioni di uno sguardo maschile. 

Incontrò poi un uomo, un affermato artista a cui sperava di poter mostrare le proprie opere, che stregò il suo cuore e la coinvolse in una burrascosa storia d’amore, in una relazione definita da molti “sadomasochistica”. Diego Rivera aveva vent’anni più di lei e la tradiva regolarmente. Frida ne era consapevole, eppure ogni sera aspettava il suo ritorno; il suo corpo, il suo respiro, il suo odore, le erano indispensabili, quella nuova solitudine era dolorosa quasi quanto la prima. Non conosceva ancora l’oblio che le si sarebbe espanso nell’animo alla scoperta dell’aborto spontaneo della miracolosa gravidanza che era riuscita a portare avanti per poche settimane e all’impossibilità di diventare madre. Fu la più grande sofferenza che potesse sopportare ed il suo dolore divenne muto, lo si leggeva solo nei suoi quadri, tra chiazze di sangue e spine dorsali fatte di ferro. Dopo l’ennesimo tradimento Frida chiese il divorzio ma neppure ciò fu capace di separare definitivamente i due amanti messicani, l’elefante e la colomba avevamo bisogno di stare insieme e non avrebbero mai smesso di amarsi.

Consapevole che la sua vita fosse al termine, a quarantasei anni dipinse il suo ultimo quadro; riportava la scritta “VIVA LA VIDA” incisa su un cocomero aperto, un inno a quella vita che tanto le avevano negato. La figlia della rivoluzione messicana morì l’anno successivo, lasciando un’ultima frase scritta sul suo diario “spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai indietro”.

Frida Kahlo è la prova che il dolore umano può trasformarsi in un’opera d’arte e che in realtà anche dal caos interiore si può creare una straordinaria bellezza.

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