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Il 18 settembre avrà luogo il referendum per decidere se raggiungere l'autonomia dall'Inghilterra
Scozia, che vuoi fare da grande?
Nel 1707 la Scozia entrava a far parte del Regno Unito di Gran Bretagna. Petrolio e politiche responsabili potrebbero rendere indipendenti
Alessio Semino | 19 marzo 2014
"Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso… siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi per avere l'occasione, solo un'altra occasione, di tornare qui sul campo, ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita ma non ci toglieranno mai la libertà!”. chi ha visto Braveheart, queste parole non dovrebbero suonare nuove. Fanno parte infatti della rielaborazione cinematografica del discorso pronunciato da Sir William Wallace, ribelle scozzese, prima della battaglia di Stirling.
Chissà che esse non riecheggeranno di nuovo, tra qualche mese, per le strade della Scozia. E sì, perché la Scozia, che dal 1707 è entrata a far parte del Regno di Gran Bretagna, ha programmato per l'8 settembre 2014 un referendum col quale votare a favore o meno dell'indipendenza dall'Inghilterra.
La componente etnica e culturale è sicuramente molto forte in un paese come la Scozia, così affascinante ma spesso così oscuro, lassù nel profondo Nord. Le tradizioni scozzesi hanno resistito ai mutamenti esterni, forse per via della natura insulare dell'intera Gran Bretagna, forse perché ancora resistenti sono le radici che legano uno scozzese alle sue highlands.
Non basterebbe tuttavia ridurre la Scozia alle cornamuse o ai kilt. Due sono sostanzialmente le realtà che spesso ignoriamo e che rendono questo territorio così fiorente e solido, sia economicamente sia culturalmente: petrolio e propensione per la socialdemocrazia di stampo scandinavo.
Nel primo caso, va evidenziato che il petrolio presente nel Mare del Nord fornisce introiti impressionanti (solo nel 2013, circa 7 miliardi di sterline sono finiti nelle casse del Regno Unito per via delle tassazioni sull'oro nero); queste rendite, se ci proponessimo di ritenere la Scozia già uno stato autonomo, capace di guadagnare e gestire in maniera indipendente le proprie risorse, ne farebbero uno dei sei paesi col Pil pro capite più alto del mondo.
Accanto all'aspetto economico e petrolifero, su cui fanno affidamento gli scozzesi (ma non manca lo scetticismo, ndr), non può mancare un diretto contraltare politico. In questo senso, Irvine Welsh, scrittore scozzese, residente a New York, ha un'idea ben chiara di cosa sia realmente la Scozia e di cosa essa vorrà fare da grande: diventare un paese indipendente, politicamente e culturalmente più vicino alla mentalità scandinava che non a quella continentale.
La efficiente macchina della socialdemocrazia che impera nei tre grandi paesi scandinavi è il modello a cui una classe dirigente scozzese potrebbe ispirarsi.
Dunque è evidente che non mancano le aspirazioni alla Scozia. Momentaneamente però, l'unica cosa che non è incoraggiante – ed è la più importante -, sono i numeri, le percentuali di voto.
Una buona metà degli scozzesi, votasse ora, direbbe “no” all'indipendenza. Ma lo scetticismo che non ha colpito il 31% che invece direbbe “sì”, sta poco a poco diminuendo. Tenuto conto dei “sì” in aumento e di un 10% di indecisi, si può essere ottimisti, se non altro perchè se non sarà autonomia a settembre, lo potrebbe essere entro qualche anno, e non di più.
Maggiore importanza va data a un evento come questo, soprattutto se lo si paragona anche a quelli analoghi che si sono verificati nel 2008 in Kosovo o, nelle ultime settimane, in Crimea.
La silenziosa rivendicazione degli Scozzesi, quelli che talvolta definiamo ancora vichinghi, dimostra che il grado di civiltà di una nazione si misura con ben altri indicatori, che evidenzino prima di tutto la fiducia del popolo nei confronti della politica e delle risorse comuni che deve gestire.
Alex Salmond, attuale primo ministro scozzese, non a caso rivendica questo referendum come la rinascita della Scozia, che adesso, sull'onda alimentata dall'oro nero e da una concreta stabilità economica, può finalmente dire la sua sulla scena europea, magari anteponendosi alla corona inglese anche sul dibattito anti-europeista portato avanti di questi tempi dal primo ministro inglese Cameron.
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