L'ambasciatore tedesco Ernst vom Rath
L'ambasciatore tedesco Ernst vom Rath
La Notte dei cristalli: il prologo di Auschwitz
Un monito per l'Europa di oggi
Roberto Bertoni | 30 ottobre 2018


Bastò un pretesto, l’uccisione a Parigi del giovane diplomatico tedesco Ernst vom Rath ad opera di Herschel Grynszpan, desideroso di vendicare i soprusi cui erano stati sottoposti i suoi genitori da parte delle autorità naziste, per scatenare una furia senza precedenti. Vien da pensare che il potentissimo ministro della propaganda, Joseph Göbbels, non aspettasse altro per dar vita a una feroce rappresaglia che si sarebbe concretizzata nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938, un pogrom meglio noto come Notte dei cristalli.

È bene soffermarsi anche sulle date: il 9 novembre, infatti, ricorreva il quindicesimo anniversario del fallito putsch di Monaco ordito da Hitler nel ’23, una data cui il Führer era dunque molto legato, il che ci induce ad escludere l’ipotesi che non fosse a conoscenza del piano approntato dal più potente dei suoi ministri.

Circa quattrocento vittime, centinaia di sinagoghe danneggiate e date alle fiamme, migliaia di negozi e appartamenti che subirono la stessa sorte, un clima di terrore e barbarie che invase l’intera Germania e diede il chiaro segnale di cosa sarebbe accaduto in seguito. La rappresaglia nazista fu talmente violenta che persino all’interno dello stesso governo qualcuno obiettò e mise in guardia Göbbels dalle conseguenze della sua azione ma questi, a dimostrazione della potenza incontrastata che deteneva, non solo non si fermò ma trasse da quell’episodio ulteriore forza per affermare il proprio progetto di sterminio.

Gli ebrei non furono in alcun modo risarciti per i danni subiti; al contrario, dovettero provvedere a proprie spese al ripristino del decoro urbano, venendo considerati sostanzialmente responsabili di quanto era accaduto anziché vittime di uno dei più gravi episodi di razzismo che si ricordino a memoria d’uomo.

Non a caso, il ministro dell’Economia Walther Funk fu durissimo nei confronti del suo artefice: “Ma è matto, Göbbels? Fare simili scempiaggini! Ci si dovrà vergognare di essere tedeschi. Stiamo perdendo tutto il nostro prestigio all’estero. Io lavoro giorno e notte per preservare la ricchezza del Paese, e lei, voi non ve ne rendete conto, state per gettarla dalla finestra. Se questa storia non si ferma immediatamente, io me ne lavo le mani di tutta questa porcheria.”

Eravamo nell’Europa che giusto un mese prima si era illusa, nella Conferenza di Monaco, che fosse scoppiata la pace. Eravamo nell’Europa che non aveva battuto ciglio di fronte alla rivendicazione di Hitler di uno “spazio vitale” per la Germania a scapito delle altre nazioni del Vecchio Continente. Eravamo in un’Europa che era rimasta in silenzio o quasi addirittura di fronte all’Anschluss ai danni dell’Austria. Eravamo in un’Europa talvolta critica a parole ma nei fatti complice del nazismo, come testimonia l’immonda pagina delle Leggi razziali mussoliniane in contemporanea con lo scempio poc’anzi descritto.

La reazione degli altri stati europei dovrebbe costituire un monito per l’Europa corriva di oggi: tacere di fronte alla barbarie significa, di fatto, autorizzarla, e questo avvenne e questo continua ad avvenire.

La Notte dei cristalli di ottant’anni fa grida all’Europa contemporanea di non restare a guardare di fronte all’avanzata di formazioni che non rinnegano quell’osceno passato, di condannare senza appello ogni cedimento, di non tollerare alcuna forma di razzismo e di discriminazione.

Anche allora qualcuno minimizzò, altri preferirono voltarsi dall’altra parte, altri ancora si sentirono scioccamente al riparo. Anche allora non venne attribuita la giusta importanza ai segnali che provenivano dalle viscere della società tedesca e il passo verso i campi di sterminio fu breve.

A ottant’anni di distanza abbiamo, pertanto, il dovere della memoria e della consapevolezza, della condanna e dell’analisi ma, soprattutto, siamo chiamati a guardarci dentro e a renderci conto che i germi che resero possibile quella e molte altre carneficine non sono stati debellati. Sono fra noi e ci stanno divorando, approfittando dell’oblio che da troppo tempo avvolge storie assai meno lontane, storicamente e logisticamente, di quanto non crediamo.

Ci illudiamo di essere in salvo, dimentichi del fatto che nessuno di noi è al sicuro se un altro uomo viene perseguitato, sotto i nostri occhi indifferenti, con l’accusa di esistere.

 

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